Sound system experience: presentazione della cultura sound system alle nuove generazioni

Quando parliamo di Sound System, ancora prima di parlare di impianti sonori auto-costruiti, ci riferiamo ad un elemento culturale nato come forma di espressione di determinate energie che nascevano nell’ambiente underground musicale italiano degli anni ’80-’90.

Il sound system è una pratica di assalto sonoro alla metropoli. Letteralmente indica l’impianto per la trasmissione del suono. Negli ultimi anni la diffusione del reggae tra le fasce giovanili ha attirato l’attenzione del mercato determinando l’apertura di un ulteriore settore proficuo dell’industria del divertimento. Il potere evocativo della musica ha da sempre fatto sì che nascessero aggregati umani nuovi, accomunati dall’amore per uno stile musicale che diventa il codice aperto di segni con cui rappresentare la propria vita interiore nel vasto panorama delle “tribù sonore”.

L’esperienza dei sound system è una di quelle che da vent’anni circa lascia il suo segno nella società italiana. Gli anni Novanta sono stati la ribalta, nel nostro Paese, per quelle tribù metropolitane che manifestano la propria insofferenza rispetto ai codici “ufficiali”, ritagliandosi uno spazio proprio dentro cui vivere le proprie passioni.

Il sound system è la famiglia, il complesso circuito degli affetti e la convergenza delle idee di una crew* che ruota intorno a un impianto. Montagne di vinili, grovigli di cavi, notti insonni riempite dai subwoofer ma soprattutto il sound.

L’autocostruzione dell’impianto è un elemento strutturale di questa cultura. La presenza di questo elemento distingue due universi: la crew di dj e i sound system operators, cioè chi costruisce il proprio suono. Nella misura in cui il sound system è un mezzo di comunicazione che prova a mettere in scena il proprio tessuto emozionale rendendolo pubblico e quindi politico, è chiara l’importanza di ottenere un suono proprio. Un suono, cioè, che non insegua un modello ideale, ma esprima la propria sensibilità in rappresentazione di quel suono profondo del mondo che non può essere espresso altrimenti.

La costruzione di un impianto, perciò, è l’elemento essenziale del sound system, che oppone alla serialità del processo produttivo l’imperfetta bellezza dell’artigianato. In questo senso anche l’ostinato utilizzo del vinile nell’era dell’mp3 e dello streaming, risponde all’esigenza di diffondere sonorità gracchianti ma originali, su cui lavorare con il preamplificatore per ottenere il suono desiderato.

Il selecter* modula il suo agire con il collettivo dei danzanti che esprimono il loro giudizio estetico sulla musica selezionata. Quando il gradimento è alto, il selecta riavvolge il disco e il brano ricomincia. Questa pratica di interazione fra individui in consolle e danzanti è alla base della dancehall, durante la quale il rapporto tra selecter, mc* e “ballerini” è assolutamente paritario: la consolle non è posta su un palco ma sullo stesso dancefloor, creando uno spazio differente da quello di qualsiasi discoteca: i corpi interagiscono fisicamente con i selecter manifestando il loro gradimento rispetto alla loro esperienza sonora.

Teatro naturale di questa esperienza che è la dancehall, è la Natura: boschi, spiagge, pinete ma anche strade, ghetti metropolitani o fabbriche.

La creazione di un luogo autonomo nel contesto metropolitano, dentro cui batta il ritmo cardiaco della vita, è la condizione essenziale per la produzione di una socialità nuova, libera, gioiosa, ostinata nella sua ricerca di uno “spazio altro” rispetto a quello assegnatole dalla fabbrica sociale.

Il Sound System è una macchina culturale in grado di mettere in relazione numerose “comunità danzanti” che accorrono al suono delle casse, trasformando pezzi di città in luoghi di rappresentazione del desiderio. Intensità del suono, profondità culturale, gioia dello stare insieme. Tutto questo costituisce il tessuto su cui si sviluppa un linguaggio che è politico in sé e non ha bisogno di slogan.

Piazze e strade di giorno soffocate dal traffico, spiagge demaniali abbandonate perché “pubbliche” ma improduttive, capannoni ridotti a scheletri dalla delocalizzazione della produzione. Le tribù danzanti riempiono spazi portando al loro interno linguaggi nuovi, relazioni, cullando le proprie emozioni sui ritmi diffusi dagli amplificatori.

È possibile un utilizzo nuovo dello spazio urbano? E’ possibile ripensare il concetto di “pubblico”? Far vivere un sound e la comunità che nel suo stile si riconosce vuol dire tenere in piedi un progetto di sovversione dei codici metropolitani. Tenendo presenti i propri limiti, certo, ma anche la propria attitudine ad essere in parte estranei all’ambito del Potere. Un’attitudine genuinamente roots*.

Legenda
*CREW: Gruppo di amici e collaboratori impegnati in un’attività o un’impresa comune; squadra.
*SELECTER: Colui che sceglie la musica e fisicamente cambia i dischi.
*MC: Letteralmente “maestro di cerimonie”. Si intende colui che canta o improvvisa sulla musica usato come sinonimo di rapper.
*ROOTS: Letteralmente radici. Si riferisce all’origine underground delle diverse sonorità. Può essere inteso anche come movimento politico creatosi in modo autonomo e spontaneo all’interno di una comunità.